Dalla Marialis Cultus: “imparare” Gesù alla scuola di Maria

Il 2 febbraio 1974 Papa Paolo VI indirizzò a tutta la Chiesa cattolica l’Esortazione Apostolica “Marialis cultus”. Si tratta di uno dei più pregevoli documenti del suo pontificato con il quale, quasi a compimento e sviluppo dell’insegnamento conciliare sul culto a Maria, si propone di riportare alla “purezza originale” il culto cristiano “con cui la Chiesa in spirito e verità (Gv 4, 24) adora il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, e venera con particolare amore Maria Santissima, Madre di Dio” .

  1. La Chiesa è essenzialmente mariana

Il documento parte dalla consapevolezza che “la pietà della Chiesa verso la Santa Vergine è elemento intrinseco del culto cristiano” . Il Santo Padre, in altre parole, riconosce che tra Maria e Gesù sussiste una relazione essenziale ed indissolubile che la genuina pietà cristiana non ha mai mancato di mettere in luce. Già alcuni anni prima lo stesso Paolo VI scriveva: “Se vogliamo essere cristiani, dobbiamo essere mariani, cioè dobbiamo riconoscere il rapporto essenziale, vitale, provvidenziale che unisce la Madonna a Gesù, e che apre a noi la via che a lui conduce. Una duplice via: quella dell’esempio e quella dell’intercessione. Vogliamo essere cristiani, cioè imitatori di Cristo? Guardiamo a Maria; ella è la figura più perfetta della somiglianza a Cristo. Ella è il «tipo». Ella è l’immagine che meglio d’ogni altra rispecchia il Signore è, come dice il Concilio, «l’eccellentissimo modello nella fede e nella carità» (Lumen Gentium 58)”.

La preoccupazione di Paolo VI è, pertanto, quella di favorire lo sviluppo di questa devozione alla Vergine, perché il cristiano nel suo cammino spirituale incentrato su Cristo, unico mediatore tra Dio e l’uomo, da conoscere, amare e imitare, ha un Maestro: Maria. Egli, dopo aver sottolineato l’indissolubile legame tra Maria e Gesù, afferma, infatti, che una sana devozione alla Vergine è “uno strumento efficace per giungere alla piena conoscenza del Figlio di Dio, fino a raggiungere la misura della piena statura di Cristo (Ef 4, 13) e contribuirà, ad accrescere il culto dovuto a Cristo”.

Giovanni Paolo II, facendo eco all’insegnamento di Paolo VI, approfondisce, con linguaggio ancora più esplicito, questo concetto affermando che noi dobbiamo “non solo imparare le cose che Cristo ci ha insegnato, ma dobbiamo «imparare Lui». Ma quale maestra, in questo, è più esperta di Maria? – si domanda il Papa – Tra gli esseri umani, nessuno meglio di Lei conosce Cristo, nessuno come la Madre può introdurci a una conoscenza profonda del suo mistero. Il primo dei segni compiuto da Gesù – la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana – ci mostra Maria appunto nella veste di maestra, mentre esorta i servi a eseguire le disposizioni di Cristo (Gv 2, 5). E Possiamo immaginare che tale funzione Ella abbia svolto per i discepoli dopo l’Ascensione di Gesù, quando rimase con loro ad attendere lo Spirito Santo e li confortò nella prima missione ”.

  1. L’esemplarità di Maria: scuola per “imparare” Cristo

E’ proprio attraverso questa sua missione di Maestra, che Maria vive la sua singolare cooperazione con suo Figlio Gesù nel realizzare il progetto di salvezza. Paolo VI, facendo eco a S. Agostino, infatti scrive: “La riforma post-conciliare […] ha riconosciuto a Maria il posto singolare che le compete nel culto cristiano, quale santa Madre di Dio ed alma cooperatrice del Redentore” .

Ma come Maria ci è maestra? Con la sua esemplarità, perché “ella è riconosciuta eccellentissimo modello della Chiesa nell’ordine della fede, della carità e della perfetta unione con Cristo, cioè di quella disposizione interiore con cui la Chiesa, sposa amatissima, strettamente associata al suo Signore, lo invoca e, per mezzo di lui, rende il culto all’eterno Padre” . Mettersi alla scuola di Maria significa, pertanto, imitarla. E questa imitazione consiste, innanzitutto, nel far risuonare nella nostro cuore, ogni giorno della nostra vita, l’“Eccomi” che ella rivolse a Dio nell’Annunciazione. Solo così si realizzeranno le parole che S. Ambrogio rivolgeva ai suoi fedeli: “deve essere in ciascuno l’anima di Maria per magnificare il Signore, deve essere in ciascuno il suo spirito per esultare in Dio” .

Paolo VI indica degli atteggiamenti di Maria, attraverso i quali ella ci è maestra e ci porta “alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù” (Fil 3, 8). Il primo è il suo essere in ascolto. Maria è la credente che accoglie la Parola di Dio con fede. Maria diventa la Madre di Dio, perché prima si è fatta sua discepola accogliendo totalmente la volontà divina. Infatti, scrive S. Agostino, “essa piena di fede e concependo il Cristo prima nella sua mente che nel suo grembo, ecco – disse – sono l’ancella del Signore, avvenga di me quello che hai detto” . Il secondo atteggiamento è il suo essere in preghiera. Ce lo rivela il canto del Magnificat: la preghiera per eccellenza di Maria. Questo cantico, infatti, come un’onda di grazia avvolge e sospinge la Chiesa di tutti i tempi sulle strade dell’amore di Dio. Maria, inoltre, appare in preghiera in occasione delle Nozze di Cana dove, con delicatezza, implora una necessità materiale ottenendo un effetto spirituale. Maria è ancora in preghiera nel suo ultimo tratto biografico: “Erano assidui e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e con Maria, la Madre di Gesù, e con i fratelli di lui” (At 1, 14). La notazione di Luca, “la Madre di Gesù”, ci suggerisce che qualcosa della presenza del Figlio asceso al cielo rimane nella presenza della madre. Pertanto la presenza orante di Maria al Cenacolo impegna la Chiesa a cercare sempre la sua vera identità nella contemplazione del volto della Madre di Dio che ci svela il volto del Figlio.

Maria Vergine ci è ancora maestra attraverso la sua maternità. Ella, consegnandosi totalmente a Dio, è diventata la Madre del Salvatore e cioè la Madre di Dio. Facendo poi della sua vita un continuo “eccomi” alla volontà di Dio sino alla Croce, ella è diventata la Madre di tutti noi: “Gesù, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna ecco il tuo figlio!»”. Maria, allora ci insegna che essere cristiani significa diventare anche noi madri e cioè concepire nel nostro cuore l’amore di Dio, accogliendo la sua Parola, e dandolo alla luce attraverso le opere di carità.

L’ultimo atteggiamento di Maria è la sua offerta. La Chiesa, nell’episodio della Presentazione di Gesù al Tempio, scorge il prolungamento dell’offerta che il Verbo incarnato fece al Padre venendo nel mondo: “Ecco io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10, 7). Maria, offrendo il Figlio a Dio, offre se stessa, affinché si compia nella sua vita il progetto d’amore del Padre. Così la Vergine diventa singolare cooperatrice della Redenzione, nostro eccellentissimo modello e nostra maestra di vita spirituale.
Imitando Maria, impariamo ad offrire la nostra vita a Dio. Solo così, possiamo diventare i collaboratori della gioia (Cfr 2 Cor 1, 24) di coloro che incontriamo sul nostro cammino, aiutandoli ad scoprire il volto di Cristo e a rimanere saldi nella fede.

  1. Maria nell’Anno Liturgico

La singolare cooperazione di Maria Santissima nella Redenzione e la sua esemplarità non possono non brillare durante tutto l’Anno Liturgico. Paolo VI, infatti, dal n. 2 al n. 15 evidenzia che il cammino liturgico, che ogni anno compiamo, avviene sotto un cielo costellato di tante stelle: sono le memorie, le feste e le solennità dedicate a Maria Vergine che, come comete, guidano il fedele alla contemplazione del volto di Gesù di Nazaret.

La richiesta fatta all’apostolo Filippo da alcuni Greci, “Vogliamo vedere Gesù” (Gv 12, 21), è la nostra richiesta e la richiesta, a volte inconsapevole, di tanti uomini del nostro tempo che ci chiedono non tanto di parlare di Gesù, ma di farlo vedere con la nostra vita. Anche il cammino liturgico, evidenziano le parole di Paolo VI, ci indica Maria come la strada più sicura e vera per insegnare la via di Cristo, verità e vita, e rivelare il suo volto.

  1. Conclusione

Ringraziamo il Signore per la profondità e l’altezza della sapienza del Beato Papa Paolo VI, che con questo pregevole documento ricorda alla Chiesa la strada per essere se stessa: guardando a Maria e imitandola, la Chiesa può vivere in pienezza la sua missione di sacramento, cioè “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” .
Maria, infatti, con la catena di Sì alla volontà di Dio è stata come un sacramento. S. Agostino, definendo il sacramento, scrive: “Verbum accedit ad elementum et fit sacramentum” (la Parola unita al segno crea il sacramento). Cosa è accaduto in Maria attraverso il Sì dell’Annunciazione? La Parola si è incarnata in lei e cioè si è unita profondamente a lei, trasformandola come in un sacramento. Ella, infatti, ci ha donato il Figlio di Dio, l’unico mediatore tra Dio e gli uomini, il solo che può creare un’intima unione con Dio e una vera unità di tutto il genere umano.
Facendo risuonare il Sì della Vergine nella nostra vita, diventiamo anche noi come sacramenti: diventiamo Chiesa, collaborando alla piena realizzazione della sua missione. (da un articolo per il Messaggio della Santa Casa pubblicato nel n. 1 Gennaio 2005 di fr. Stefano Vita)

Tratto da: www.ffbetania.it

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